E TUTTE LE FESTE PORTA VIA

L’albero non c’è più. Dopo quasi un mese di permanenza, schiacciato nell’angolo tra l’attaccapanni e il muro, ieri è stato impietosamente smontato, come ogni anno, dal solerte marito che ha subito capito che la sottoscritta  per gli smontaggi non è proprio tagliata. Mai stata, del resto. 
Ricordo da bambina gli urlacci dei miei genitori, di mio padre in particolare, perchè non davo mai una mano a smontare il presepe, a riporre nelle scatole le statuine, le palle colorate e i fili d’argento.
Le luci sono spente, ieri sera mancavano i loro riflessi nel vetro della porta-finestra, quando il Patato le fissava indicando “altro albero lì”.
Non sono  particolarmente  affezionata ai rituali natalizi, non lo sono stata negli ultimi vent’anni almeno, anche se da quanto mio figlio è nato ho voluto creare quel minimo di atmosfera consona alla presenza in casa di un bimbo piccolo. E a lui questo Natale (il primo di cui sia stato in grado di rendersi conto) è piaciuto parecchio.
Settimane  che sono state tutte un “Babbo Natale“, qui, “Albero Natale” là, Pupazzi di neve e librini senza i quali pareva impossibile addormentarsi. 
Adesso, a me quelle piccole luci un po’ mancano. Ma il Patato è un (piccolo) uomo di mondo e non ha fatto un plissé vedendo suo padre smontare gli addobbi, riporli nei loro scatoloni e portarseli in cantina. 
Ieri sera il libro di Natale della buona notte è stato prontamente sostituito da “I tre porcellini”.
Ho un ricordo in questi giorni, di me bambina, non so bene a che età, se verso la fine delle elementari o all’inizio delle medie, una domenica dell’Epifania in cui improvvisamente mi aveva colto la struggente tristezza della fine delle feste. Le due settimane di vacanza irrevocabilmente terminate, l’obbligo di riprendere in un crudele lunedì tutte le incombenze di sempre. La necessità di alzarsi presto al mattino per andare a scuola, nel buio di gennaio.
Dubito che, poco più che duenne, mio figlio abbia già capacità di riflessione di questo tipo e la cosa un po’ mi consola. Mi farebbe male pensare a un suo primo piccolo dolore sul tempo che fugge. 
Stamattina, per tornare all’asilo,  ha voluto uscire di casa con il suo orsetto in mano, e non c’è stato verso. 
Ha voluto la mano della mamma per entrare in classe, avvicinarsi ai suoi compagni già intenti alla lettura, tutti seduti sul tappeto insieme all’educatrice del mattino.
Non voleva mollarla, la mano. Neppure mentre si sedeva in braccio alla signora. Poi la mamma gli ha dato un bacio e ha dovuto dire :”Ciao amore, ci vediamo oggi pomeriggio. Buona giornata!” e andare via. 
Alle quattro, quasi certamente, le feste saranno già dimenticate.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...