FREDDO (e CIOCCOLATO)

Non sono mai stata particolarmente golosa, neppure da bambina, e i dolci non sono mai stati la mia personale fonte di soddisfazione gastronomica. 
Da piccola mangiavo poco, o per lo meno così sostiene mia madre, per la quale, in ogni caso, ancora oggi io vivrei d’aria, non riuscendole possibile considerare mai realmente sufficiente il cibo assunto per il mio sostentamento.
Strano a dirsi, all’epoca della scuola elementare, o giù di lì, pare che i soli periodi in cui io mangiassi adeguatamente fossero rappresentanti dalla settimana di vacanza al mare con la zia G. che provvedeva a rimpinzarmi adeguatamente di focaccia, pastasciutta e olive verdi giganti.
Questo a dire che, dovendo puntare a prendermi per la gola o a procurarmi tentazioni culinarie importanti, sarebbe imperativo virare decisamente sul salato (e, divagando un attimo, da questo punto di vista temo che mio figlio abbia preso da me).
Vero è che, ogni tanto, capitano le eccezioni.
Da qualche giorno mi sento trasformata in una sorta di segugio per tutto quanto contenga anche solo tracce di cioccolato. Quello che per mesi in casa mia è totalmente ignorato al punto da finire nell’immondizia per ampio superamento della data di commestibilità, in questo periodo si sta trasformando in un bottino ricco e ricercato. 
La tavoletta di fondente alle nocciole, pensiero previdente della suocera, che avevo accettato con una punta di scetticismo appena una settimana fa, si è rivelata un potente salvavita nei momenti critici di calo zuccherino pre-pranzo e pre-cena.
Stessa sorte è stata riservata ai gianduiotti e ad un altro paio di cioccolatini acquistati sabato dal consorte.
Stamattina, intorno alle 10.30, la quotidiana dose di cacao è stata generosamente accompagnata da un quantitativo non identificato di noci, tanto che comincio fortemente a temere di riuscire a mangiare qualcosa a pranzo. E ho eroicamente resistito alla tentazione di finire l’ultima fetta di Sachertorte avanzata dalla cena di sabato.
Appurato che, così stiamo tutti tranquilli, non sono incinta e i fatti non possono essere imputati a strane voglie, e così neppure a sindromi ormonali varie, l’unica spiegazione rimanente è quella climatica.
Io soffro maleddettamente il freddo. Vorrei vivere in uno di quei paradisi climatici dove le medie di tutto l’anno galleggiano tra i 23 e i 27 gradi. 
E invece mi trovo ad osservare un surreale mondo ghiacciato, compreso il balcone dove ho steso da poco il bucato che sta producendo fumo (cosa che non ricordo di aver mai visto, a tal punto che se non fossi proprio sicura di non aver accompagnato il cioccolatino con altro, arriverei a dubitare di me medesima).
Con tutta evidenza il mio metabolismo truccato sta disperatamente tentando di immagazzinare calore in ogni forma possibile. 
Sono quasi tentata di preparare un cotechino per cena, così, tanto per completare l’opera e non farmi mancare l’opportuno apporto. Anche con due lenticchie, dai.
Che se avessero ragione i Maya al prossimo Capodanno non ci arriviamo e, allora, tanto varrebbe togliersi la voglia subito.
Ma c’è un però. La consapevolezza sottile, eppur presente, che tutto il cioccolato del mondo non potrebbe vincere. 
Che c’è un freddo, dentro, che non si può scaldare. 
Che certi pensieri, certi ricordi, una certa realtà che fingi di dimenticare, andando avanti comunque, rimarranno sempre ghiaccio.
Lì, al gelo delle nevi perenni.

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