CHIAMALO, SE VUOI, EQUILIBRIO

Mio figlio sembra provenire da una famiglia di acrobati, anche se non pare risultare in nessuna parte dell’albero genealogico alcun ascendente circense.
Non so se la sua propensione all’equilibrismo sarà mantenuta in futuro, ma tant’è. Al momento continua ad allenarsi molto, sui muretti, le sedie, la spalliera del divano e in tutti i luoghi impensati che ritiene consoni ai suoi baby-obiettivi.

Mi sono spesso interrogata sul significato di quella cosa che normalmente chiamiamo equilibrio e continuo a maggior ragione a farlo dal momento in cui sono diventata madre.
Dovessi augurare qualcosa ad un essere umano che viene al mondo, penso che la prima cosa che mi verrebbe in mente sarebbe proprio la speranza che cresca persona equilibrata. Nel corpo e nello spirito. Che le due cose mica sono separate e indipendenti, come spesso siamo portati a credere.
Che quello che abbiamo dentro sempre si manifesta, in modi più o meno evidenti, in ciò che di noi portiamo all’esterno.
Credo che l’equilibrio rappresenti la (rara?) capacità di adeguarsi in continuazione a quello a cui la vita ci sottopone, adattando il nostro modo di essere a diverse situazioni, circostanze, problemi, persone, sfide. Ma sempre tenendo ben presente chi siamo noi.
Ogni giorno, ogni momento é diverso dal precedente. Noi siamo diversi, anche se spesso non lo sappiamo. 
E capita che debbano accadere cose strane ed eclatanti per farci faticosamente comprendere che, magari, ciò che sino a poco prima era l’ideale di vita per noi, ad un certo punto non lo é più.
Perché niente é immobile, niente é immutabile. Almeno in questa vita.
A volte si chiama evoluzione, a volte tornare a sé. A quello che davvero noi siamo, nel profondo del nostro essere, ma l’abbiamo dimenticato.
Perché, magari, qualcuno o qualcosa, in mesi, in anni, ci ha fatto pensare che quel “come siamo ” forse é sbagliato, inadeguato, insufficiente a quanto “il mondo” ci chiede di essere.
E abbiamo cambiato strada, senza neppure accorgercene troppo, anche faticando molto, perdendo pezzi di noi, perché mica é scontato per un gatto abbaiare come se fosse un cane. Perché una tartaruga può magari provare a correre alla velocità della lepre, ma dopo schiatta.
Eppure. Pensavamo di avercela fatta. Di essere riusciti a cavarcela, anche con risultati dignitosi magari. 
Con qualcuno che ci ha fatto pure i complimenti, con qualche bella pacca sulla spalla.
Ma. C’é spesso un ma. 
Che quella persona che appare fuori, magari non corrisponde a quella che il nostro spirito ha come immagine di se stesso. 
E capita che sian dolori. In senso letterale, anche.
Che si stia male, non capendo bene perché. 
O che non si stia poi così malaccio, ma neppure così felici come qualcuno potrebbe pensare e credere, guardando da fuori.
Che basti qualche piccola o grande cosa, un imprevisto, un dolore, per farci perdere in un solo colpo tutto ciò che pensavamo di aver costruito in una vita intera.
E addio equilibrio. 

Perché provate un po’ a mettervi su un piede solo, nel momento in cui avete anche solo un po’ di mal di stomaco. E guardate cosa succede. 
Provate magari anche a chiudere gli occhi, sul piede solo. E sentite cosa succede.

Questo vorrei trasmettere a mio figlio, e dico apposta “trasmettere” e non “insegnare“. 
Che anche io non so nulla e quel poco che so é frutto di una continua lotta quotidiana.
Di un passo avanti e tre indietro.
Di una guerra contro un mondo che normalmente la pensa esattamente all’opposto di così. 
Dove tutti ti dicono che ti devi sacrificare, ma non ti spiegano mai esattamente cosa significa quella parola e, soprattutto, per cosa lo dovresti fare.
Dove ti dicono che devi alzarti ogni mattina e imparare a correre.
Ma non dove devi andare. Perché. E per chi.
Dove ti fanno credere che la velocità é bene e la lentezza é male. 
Ma nessuno che ti spieghi che, per diventare davvero molto veloce, é probabile che prima tu abbia dovuto essere davvero tanto lento.
E chi l’ha deciso, poi, che una cosa é così meglio di un’altra.
Tu lo sai, lo puoi sapere se ci pensi. Tu. Da solo. Con la tua testa, la tua pancia, il tuo cuore.
Solo tu e nessun altro.
E allora, magari, dopo tanto lavoro, un po’ di equilibrio lo trovi.
E riesci anche a stare su un piede solo, con gli occhi chiusi.
Fino alla prossima volta, fino alla prossima sfida. 

É questo che auguro a mio figlio. 
E a tutte le mie donne, con un immenso abbraccio.

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