PARTIAMO DALLE CERTEZZE

“Ogni nome un uomo
ed ogni uomo e’ solo quello che
scoprirà inseguendo le distanze dentro se
Quante deviazioni
quali direzioni e quali no?
prima di restare in equilibrio per un po’
Sogno un viaggio morbido,
dentro al mio spirito
e vado via, vado via,
mi vida cosi’ sia

Sopra a un’onda stanca che mi tira su
mentre muovo verso Sud
Sopra a un’onda che mi tira su
Rotolando verso Sud”

(Rotolando verso sud – Negrita 2005)

In fatto di gusti musicali confesso di essere sempre stata molto esterofila. La mia playlist, soprattutto fino a qualche anno fa, era al 90% composta da canzoni straniere. Una delle poche eccezioni era proprio “Rotolando verso sud” dei Negrita che, già da quei primi ascolti in radio, quando quasi neppure presti attenzione alle parole, “mi diceva qualcosa”. E continua a dirmelo, a distanza di anni.
Sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito e vado via, mi vida così sia…”.
Oggi é pure nella top ten (meglio sarebbe dire top three) di mio figlio. Ma questa é un’altra storia.

In questi giorni mi sono spesso tornate in mente queste due strofe, mentre mi trovavo a riflettere sulle numerose discussioni (e polemiche?) circolate in rete sulla annosa questione “mamme che lavorano – fuori casa – e mamme che non lavorano – fuori casa”. In particolare nate da un post apparso recentemente nel blog di Mammeacrobate dal titolo “Rinunceresti alla carriera per i figli?
Ci ho ragionato un po’ su, cercando di non farmi troppo condizionare da quello che avevo letto e dalla piccola “battaglia ideologica” che ne é scaturita.
La mia convinzione é quella che, forse, tutte le donne e le donne-mamme che ne hanno dibattuto sarebbero state molto più concordi nelle riposte se la domanda fosse stata posta in altri termini. Tipo: “Rinuncereste a quello che siete per un figlio?” Con ciò volendo significare a quello che per voi conta di più nella vita? Ai vostri sogni, le vostre passioni, la vostra libertà (e ognuno ci metta la propria idea di libertà), la voglia di affermarsi e sentirsi apprezzate per ciò che si é, per quanto di bello e buono si é capaci di creare e costruire?
Ecco, se qualcuno mi avesse fatto una domanda così credo non avrei avuto neppure un secondo di esitazione nel rispondere NO!
Perché ciò significherebbe privare se stesse e i propri figli della parte migliore di sé, restando un “vuoto contenitore” al quale viene appiccicata la parola “mamma”. Una mamma infelice.
É chiaro, poi, che per qualcuna il lavoro, la carriera, chiamiamolo come ci pare, possa essere proprio una delle cose più importanti della sua “lista”. Perché lo ama, ci ha investito forze, tempo, sacrifici e se ne sente più che adeguatamente ripagata.
E, allora, no. É chiaro che ad una cosa così non si può rinunciare, senza correre davvero il rischio della trasformazione nella casalinga disperata.
Per altre donne non é detto che “la parte migliore di sé” sia necessariamente rappresentata dal lavoro, ma magari da altri spazi di realizzazione personale al di fuori delle mura domestiche: interessi, attività, relazioni.

Ci sarebbe, poi, un’altra parte di ragionamento da fare. E cioè se quei miei interessi “altri” rispetto ai figli (che sia il lavoro o tutte le altre cose che ci siamo detti) si realizzino in modo sufficientemente armonico ed equilibrato da salvaguardare le esigenze di tutti, in primo luogo quelle dei bambini, almeno sino a quando necessitano anche fisicamente un certo tipo di presenza del genitore (e, attenzione, dico apposta “genitore” e non “mamma”).
Ma per questo credo proprio sarebbe necessario un altro post :-)!

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