ASTENERSI CUORI DI MAMMA

Avvetenza. Consiglio l’astensione dalla lettura di questo post a tutte le supermamme, le mamme DOC, DOP, DOCG, a tutte quelle che hanno trovato, per miracoloso intervento di una entità superiore, il senso assoluto della loro esistenza alla prima vista del test di gravidanza positivo, a quelle disposte a dichiarare fino alla morte – e anche oltre – che la loro cara creatura viene prima di tutto, che il loro impegno messianico nel crescere la suddetta non comporta alcuna reale fatica, nè tantomeno grande sacrificio, che le notti in bianco, la pipì e la cacca a profusione, le pappette lanciate a tradimento sul muro della cucina, il nonaverepiùunminimodivitatua sono, in realtà, così piccola cosa rispetto al dono del proprio figlio.
Ri-avverto. Il contenuto del post sarà molto poco politicamente corretto, soprattutto considerando che questo è un blog di mamma, contenuto in un sito per mamme e scritto da una mamma che – anche – per suo figlio si è presa l’anno sabbatico.
MA. Ci sono dei momenti MA, insieme ai momenti no e ai momenti forse.
Partiamo dalle (pochissime) certezze in fase autocritica.
Non sono una mamma perfetta, DOC, DOP, e tutte quelle sigle di cui sopra.
Sono una che fino ai 35 anni suonati e, per l’esattezza, fino al momento in cui ha scoperto di essere incinta, non aveva proprio idea della propria vocazione materna.
Una che non aveva la minima idea se nel proprio progetto di vita fosse contemplata anche solo l’ipotesi di un figlio (l’ipotesi, poiché l’eventuale realizzazione della stessa è, per sua ferrea convinzione, rimessa in altre mani).
Una che aveva sempre guardato con sospetto (e, a volte, guarda tutt’ora) gli altissimi esempi di sacrificio materno della serie qualsiasicosapermiofiglio.
Una che dopo due giorni di delirio ha rinunciato ad allattare il pupattolo, accontentandosi di un comodo (oddio, proprio comodo….) biberon e del latte in polvere.
Una che a sette mesi della creatura è tornata al lavoro lasciandolo nelle mani di un’estranea (bravissima, qualificatissima, ma sempre pur estranea) baby sitter.
Una che a tredici mesi l’ha piazzato in un nido di cui non era convinta, lasciandocelo, al netto delle assenze per malattie del 70%, per tutto l’anno scolastico.
Una che, quando rientrava dal lavoro, distrutta dopo una giornata da delirio seguita alla solita notte insonne, aveva come unico pensiero quello di dormire, il prima possibile e il più possibile, o almeno di sdraiarsi un quarto d’ora sul divano, e non certo scapicollarsi nel triduo gioco-bagnetto-pappa (che poi, almeno l’avesse mangiata decentemente ‘sta pappa).
Ecco, detto così, forse non suona benissimo, e si potrebbe pensare che certe cose la sottoscritta se le sia pure cercate e meritate. Che, come ricorda il proverbio, chi semina vento raccoglie tempesta. E figurati cosa puoi raccogliere con un neonato che vive al cento percento di pure, semplici, elementari emozioni.
E però. Io sono pure quella che ad un certo punto è riuscita a capire di essere al limite, ad avere la forza di mollare (eh, sì, a volte è molto più difficile avere la forza di dire basta che di continuare per inerzia verso l’inferno), di provare a ripensare la sua vita e quella di suo figlio, nella speranza che fosse per il loro bene.
E allora non è così facile, né bello, né gratificante, avere un figlio di due anni per cui esiste solo “papà, papà, papà”, che “mamma via!”, quando c’è papà, che mai un bacio alla mamma, mai una coccola dalla mamma, che solo di papà è la mano che vuole quando ha gli incubi di notte, che “papà” è la prima parola al risveglio del mattino, che solo papà può dare il latte prima di dormire.
E, magari, ogni tanto, alla mamma toccano pure i morsi, le sberle. Perchè con la mamma si deve tentare di seguire qualche regola, col papà si gioca quel poco tempo che è a casa.
Che tanto la mamma può dire qualsiasi cosa, ma non serve a nulla e non si ascolta mai.
Ecco, confesso. Mi metterò poi il cilicio, inizierò digiuni e penitenze.
Ma l’altra sera, a voce alta, con la peste ormai dormiente e il super-papà che tentava di rianimarmi dal divano, ho detto che, forse, sarebbe stato meglio adottare un povero cane abbandonato.

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4 pensieri su “ASTENERSI CUORI DI MAMMA

  1. raccontala come vuoi, ma una mamma che molla per il loro bene, rientra comunque nella categoria delle super mamme. e pure nella parte alta della classifica! 😉

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  2. Cara Carlotta. Non dirlo in giro, ma l’ho pensato anche io a volte. Ecco, io amo i gatti, quindi ho pensato ad un terzo gatto, non ad un cane abbandonato.
    Un abbraccio e tieni duro! 🙂

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