IL MIO POSTO NEL MONDO

Ottobre è arrivato, l’autunno ufficiale pure. I colori della bella stagione lentamente svaniscono, così da farci abituare pian piano ai rigori dell’inverno che verrà.
Ho inaugurato la routine autunnale del mio anno sabbatico: il Patato al nido, il marito al lavoro, fuori casa per quelle dodici ore al giorno, io nel mio anno sabbatico versione fall-winter.
Ed è un po’ inevitabile fare qualche bilancio del tempo sabbatico finora vissuto, sapendo che, è probabile, nelle prossime settimane qualcosa cambierà, anche solo per il fatto che ci sarà meno luce. E per una meteoropatica come me potrebbe non essere un dettaglio da poco.
Mi porto addosso belle sensazioni di questi mesi appena trascorsi, per lo meno le belle vincono ai punti su quelle meno. Ed è già un risultato.
In pole position nella mia personale classifica “luci e ombre” vince, con grande distacco da tutto il resto, la libertà.
L’aver trascorso questi mesi senza vincoli etero-imposti da qualcuno o qualcosa che non fossero le esigenze personali o familiari è, in assoluto, il vantaggio più grande.
Non è certo una novità per me, semmai una riscoperta di un qualcosa vicino a “come sono io”, per necessità accantonato – o soffocato – per anni, ma che se ne sta lì, a covare sotto la cenere, pronto a farsi vivo, con le buone o le cattive, alla prima occasione utile.
Al secondo posto sta una considerevole riduzione del livello di stress . Ecco, non potrei dire di aver proprio riposato in questo periodo, salvo magari in qualche giorno di vacanza baciato dalla fortuna. La coabitazione con la creatura duenne mal si abbina al reale concetto di riposo.
Ma sono molto meno di corsa, questo sì.
Posso gestire il mio tempo, salvo imprevisti. Posso definire le mie priorità, permettermi di stare vicina a mio figlio malato, accompagnarlo all’asilo e andarlo a riprendere. Giocare con lui, cucinare (molto meno di quanto vorrei) per la truppa. Fare la spesa non al sabato. Leggere Vanity non solo alle undici di sera mezza addormentata. Leggere qualche libro (pochi) non solo in piedi, in precario equilibrio sulla metropolitana. Scrivere il mio blog.
Grandi benefits, se penso a come ero ridotta un anno fa.
In costante e cronico (patologico) affanno. Il cuore in gola, senza fiato, come una trottola impazzita dalle sei del mattino per sedici/diciassette ore consecutive, fino al momento di stramazzare sul divano senza neppure avere la forza di dire buonanotte.
Con un figlio che non dormiva, non mangiava, un marito fuori casa sempre le solite dodici ore al giorno, le famiglie lontane, gli amici altrove. Un lavoro che continuava a richiedere molto più di quello che prometteva di dare.
Non sono ancora riuscita a dimenticare quei giorni, quelle settimane, quei mesi.
Me li sento ancora appiccicati in un angolo della memoria, pronti a risvegliarsi, come nuovi, non appena il ricordo va lì.
Uno specialista direbbe, forse, che non ho ancora elaborato il trauma. Possibile. O, forse, che non voglio elaborarlo per essere ben vigile e attenta a che certe ci non si ripetano più.
Venendo alle ombre. Oggi ne vedo fondamentalmente due.
Un certo rischio di cadere nella sindrome della casalinga disperata, sempre a pulire, lavare, sistemare tutto quello che vedi fuori posto tra le mura domestiche. Perchè adesso sei lì, per la maggior parte della tua giornata. E se scivoli nel baratro non c’è fondo. Perche in una casa, a maggior ragione con un figlio piccolo, non ci sarà mai un momento dove tutto è a posto. MAI. Nemmeno nell’ipotesi in cui sia passata cinque minuti prima un’intera impresa di pulizie.
Il secondo è l’onnipresente domanda, che ti fanno, che ti fai, sul tuo posto nel mondo.
Ovvero, l’anno sabbatico non dura per sempre, che se no si chiamerebbe in modo diverso. E quindi, dopo, che fai?
Ritorni là da dove sei venuta, così come se niente fosse? Mettendo una bella cornice su quei mesi della tua vita, appendendo il quadretto in soggiorno, ricordandoti solo di spolverarlo ogni tanto?
Molli tutto, buttando all’aria anni di lavoro, di fatiche spese a costruire qualcosa che, comunque, è sempre una parte di te? E rinunciando anche, dettaglio non proprio irrilevante, a uno stipendio in più in famiglia e alla tua indipendenza economica?
C’è ancora del margine di tempo, ma, confesso, che ogni tanto la questione tormenta le mie notti e qualche mia giornata sabbatica.
Che io so chi sono, cosa vorrei, cosa servirebbe per spegnere quel malefico interrogativo una volta per tutte.
Cosa manca perchè io trovi, alla mia bella età, il mio posto del mondo.
L’unico, piccolo, irrilevante dettaglio è il COME.

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