L’ETÀ CHE AVANZA

Ci sono piccoli segnali che credo di aver iniziato a notare dopo i 25 anni. Se passi una notte insonne il mattino dopo la giornata rischia di iniziare veramente in salita, non parliamo del dopopranzo, quando arrivi a pensare che daresti una mano per una sana siesta di una mezz’oretta. Certi piccoli acciacchi, che prima sparivano miracolosamente con una bella dormita di otto ore, non vogliono abbandonarti neanche per sogno, e la ripresa fisica che fino a poco prima sembrava così rapida e naturale comincia a richiedere consistenti e impegnativi interventi del titolare.
Ormai i 25 sono passati da un pezzo e anche i 30, ahimè.
Ma a parte alcuni momenti di down acuto, di quella paranoia che ti assale alle spalle quando meno te lo aspetti, devo ammettere di non aver mai dato tanto peso alla questione vecchiaia. Sarà che non mi sono mai sentita così “giovane dentro” da temere l’inesorabile trascorrere del tempo e l’inevitabile, seppur lento e graduale, declino che è parte della vita di tutti. Sarà che ora, anche potendo, non farei mai il cambio con venti anni di meno.
Ecco, con dieci magari sì. Così da potermi permettere di fare un figlio prima di arrivare ai 35 e magari avere il tempo e le energie per pensare anche di farne più d’uno, senza che questi siano condannati ad avere una madre perennemente stremata e ciondolante di sonno arretrato per i loro primi tre anni.
Ma venti anni mai. Proprio no. Dopo tutta la fatica che ho fatto a costruire la persona che sono ora. Perdere tutto per un po’ di giovinezza in più e qualche ruga in meno?
Eppure. Ci sono momenti che negli anni stanno diventando più intensi e frequenti. Momenti in cui quel piccolo brivido di inquietudine inizia a farsi strada lungo la schiena e tu ti ritrovi, nuda, davanti allo specchio della vita. Non solo la tua, quella dell’umanità riflessa nei tuoi occhi.
Quando ti rendi conto che i tuoi genitori stanno diventando vecchi, e tra un po’, o magari domani stesso, dovrai ribaltare il tuo mondo conosciuto e diventare tu un supporto per loro, non più viceversa.
Quando improvvisamente persone che eri abituato a vedere intorno a te, da tutta una vita, non ci sono più, e tuo malgrado devi imparare a farne a meno.
Quando incontri per strada qualcuno che avevi perso di vista da un po’ di anni e vedi davanti a te un’altra persona. Nel fisico, nello sguardo, nel modo di parlare. E non puoi non notare la traccia della vita trascorsa che, comunque, anche a poco più di trent’anni può avere lasciato un segno visibile.
Quando passeggi un giorno per le vie della città in cui sei nata e cresciuta, in cui non vivi più e, ormai, quasi non conosci più nessuno, ma casualmente ti capita di imbatterti in persone che quando eri ragazza conoscevi di vista. La collega di tua madre, la compagna che frequentava l’altra sezione della scuola. Tutti coi segni del tempo passato, i capelli bianchi, le rughe, o, nella migliore delle ipotesi, una famiglia e dei bambini, anche se ti pare strano, perchè per te quella lì era rimasta ai 19 anni.
E chissà come gli altri vedono me. Chissà cosa appare “da fuori”.
Cosa dicono al mondo i miei capelli di colore diverso (che se no se ne vedrebbero un bel po’ bianchi), la mia fede nuziale, il passeggino con dentro mio figlio. Il mio lavoro lasciato per un po’ alle spalle, dopo anni di sacrifici e fatiche, di vita pendolare su treni improbabili, tutto sopportato nel nome del “si deve fare per sopravvivere“.
Non riesco a chiudere oggi il mio bilancio, neppure lo vorrei fare. In momenti come questo le poche certezze riescono a sgretolarsi pian piano, sotto il peso dei dubbi.
Una sola cosa rimane, salda come una roccia, imponente e ferma come la montagna che vedo da casa nelle mattine di sereno. Nel futuro prossimo, mio e della mia famiglia, davvero vorrei cancellare una malefica parola: “sopravvivere” e sostituirla con la più grande dignità del “vivere“.

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