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E alla fine, sabato sera, meglio sarebbe dire sabato notte, un aereo mi ha riportata a casa.
Con tre ore di ritardo, un’attesa decisamente poco confortevole in un aeroporto che in vent’anni non ha subito il benché minimo restyling e la prima cena del Patato a base esclusiva di panino dal dubbio contenuto. È sopravvissuto, senza neppure un plissé, e questo significa che sta diventando grande e, forse, un futuro viaggiatore.
Inutile dire che lo strazio del ritorno sia stato direttamente proporzionale alla gioia della partenza. Mi capita sempre e sempre mi trovo a domandarmi se ne valga la pena. Se valga la pena soffrire così dopo, per vivere qualcosa di tanto bello prima. Forse è una delle domande della mia vita. La domanda della mia vita.
Mentre eravamo sul pullman che ci portava all’aeroporto, e guardavo il mare nella luce del tramonto, con quei colori che in quel momento da soli varrebbero il viaggio, mi sono quasi detta NO. Perchè arriverà un giorno in cui non potrò più sopravvivere a questi distacchi. E allora, forse, mi troverò davvero a dover scegliere. Se vivere l’estasi di pochi giorni e pagarne poi un altissimo prezzo, oppure rinunciare al sogno e accontentarmi.
Ed ero lì, a cercare di darmi un contegno, che nonostante tutto un po’ di dignità mi è rimasta e ho ancora qualche problema a scoppiare a piangere in mezzo a un nutrito gruppo di sconosciuti che, tra l’altro, si domanderebbero per quale bizzarro motivo una quasi quarantenne madre dovrebbe mettersi a piangere disperata al rientro da una vacanza in famiglia. Che poi, chissà quante sono le madri purtroppo davvero disperate al rientro da una vacanza in famiglia.
Il fatto è che io ero troppo felice per non sentire l’assoluta vicinanza del dolore del distacco da ciò che amo. In quella situazione in cui è davvero un attimo rompere gli argini, volevo uscirne, trovare con orgoglio una via di fuga dignitosa.
Ma c’era mio figlio seduto accanto a me, che guardava il mare e tutti i mezzi meccanici possibili lungo la strada, evidenziando senza pudore alcuno la sua gioia ad ogni vista di trattori, ruspe, escavatrici. Poi, ad un certo punto, si è girato verso di me, si è sollevato in ginocchio: “Braccio, mamma!”, è salito sulle mie gambe e con le braccia al collo ha appoggiato la testa sulla mia spalla. Ha appoggiato la guancia sulla mia: “Braccio, mamma!” L’unico suo modo di dare baci.
E poi siamo noi che viviamo con la quotidiana illusione di dover insegnare loro qualcosa.

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