TUTTI GIÙ PER TERRA!

Riflettevo in questi giorni, osservando spesso i bambini giocare all’aperto, sulla irresistibile attrazione che lega e più piccoli alla natura e, in particolare, a tutto ciò che nasce e sta nella terra. Non solo, ma il suolo in se’, anche se artificiale come il pavimento di una casa, costituisce una grandissima palestra per grandi scoperte nei primi anni di vita.
Mio figlio, sin da piccolissimo, ha sempre manifestato il forte istinto di voler toccare terra coi piedi nudi, sia che si trattasse del parquet della cameretta, dell’erba di un prato o della sabbia al mare. Tant’è che lo scorso anno, quando iniziava a muovere i primi incerti passi, ha trascorso tutta l’estate praticamente scalzo, ove le condizioni igieniche e di sicurezza lo consentissero minimamamente. Col passare del tempo la necessita’ di fargli indossare delle calzature e’ diventata inevitabile, ma ancora oggi ha la tendenza a liberarsene volentieri non appena se ne presenti l’occasione propizia.
Dal lato mani le cose non sono molto differenti. E neppure da quello delle altre parti del corpo, in verità. Più a terra si sta, e più la terra e’ vera, più i bambini sono felici e sembrano entrare in contatto con la vita reale.
Sfortunatamente le condizioni di chi vive in città sono decisamente avverse rispetto a queste naturali esigenze. Salvo il caso fortunato di chi abita in una casa con annesso giardino, gli spazi all’aperto sono quasi sempre molto ridotti, costretti in mezzo a cemento e rumore e, molto frequentemente, in condizioni igieniche non certo ottimali per consentire alle creature una esplorazione serena e senza limiti degli spazi che le circondano.
Al netto delle condizioni oggettive, mi capita spesso anche di notare una grande resistenza “culturale” in chi accompagna i bambini nel consentire loro un contatto con il suolo, la terra e tutto quanto contengono. Passando qualche ora ai giardini e ascoltando il vociare di mamme, papà, nonni, e’ tutto un “non toccare, alzati, guarda che ti sporchi, li c’è la terra”…. Tutto molto comprensibile in realtà. In primo luogo per il fatto che, purtroppo, non si ha nessuna garanzia di evitare sgradevoli esperienze tipo cacche di cane, se non qualcosa di peggio. In secondo luogo per il motivo, estremamente pragmatico, per cui un bimbo che vive veramente gli spazi all’aperto si sporca in modo indescrivibile, con la conseguenza che al rientro a casa bagni e lavatrici non si contano.
Credo poi sia ormai diventata una reazione automatica dell’adulto urbanizzato, un input insopprimibile, quello che ti spinge a considerare come inopportuno il fatto che i tuoi figli si rotolino nella sabbia, infilino le mani nel prato per scavare buche e vogliano arrampicarsi sugli alberi quando a mala pena camminano. Capita anche a me, tutti i santi giorni. Tutte le volte che esco col Patato il quale, facendo niente altro che il suo lavoro di piccolo esploratore del mondo, si riduce più sporco di un operaio in miniera. E devo frenarmi, consapevolmente trattenermi ogni secondo da una continua sfilza di “no, no, no”.
Perche’ il vero problema, in realtà, e’ che mossi dalle migliori intenzioni e con lo scopo di proteggere i nostri figli da mille pericoli, impediamo loro di crescere.

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