LA SINDROME DEL RIENTRO

Per un attimo ho sperato di averla scampata. Sono in anno sabbatico, dopo tutto. Con la ovvia conseguenza che il ritorno dalla villeggiatura non comporta in automatico il trauma del rientro in ufficio, le lunghe ore alla scrivania, l’immobilità forzata, la ressa nella metropolitana bollente il primo lunedì di luglio. Contavo sul fatto che la possibilità di gestire i cambiamenti dei ritmi di vita da una posizione obiettivamente privilegiata potesse evitarmi di incappare nuovamente nella temutissima “sindrome del rientro” che, come e’ noto, da qualche anno risulta classificata come una vera e propria patologia che assale i vacanzieri al rientro dalle ferie. I sintomi sono vari e possono comprendere senso di spossatezza, difficoltà di concentrazione, mal di testa, disturbi digestivi e chi più ne ha più ne metta.
Certamente l’afa non aiuta. Sabato siamo partiti dal mare, alle due del pomeriggio, con ventinove gradi, arrivati a casa un paio d’ore dopo con trentasei e, quel che e’ peggio, umidità probabilmente intorno al novantacinque per cento. Neanche in Colombia.
E’ probabile che il cuore del problema sia in quanto evidenziato ieri sera da mio marito, prima che perdesse il possesso di tutte le facoltà mentali a causa del disastro alla finale degli Europei. Le vacanze NON vanno fatte, a meno che ci si possa permettere di farle diventare PERMANENTI 🙂
Ormai da anni mi pongo, seriamente, la questione di come affrontare il rientro alla “normalità” dopo i periodi di ferie, di viaggi, di esperienze “altre” rispetto all’ordinaria vita quotidiana. Non so se sia un problema di tutti, sicuramente e’ molto mio, al di la’ dell’intensità variabile del malumore a seconda delle circostanze contingenti (chiaramente se oggi fossi stata al lavoro, invece che a casa in anno sabbatico, sarei senza dubbio stata molto più contrariata di così).
Eppure c’è qualcosa che manca. Disagio esistenziale cronico? Possibile.
O possibile che l’inquinamento cittadino non faccia proprio più per me, che il pensiero di crescere mio figlio chiuso tra quattro mura di cemento, tra strade e marciapiedi in cemento, finti giardinetti in cemento, per i tre quarti della sua esistenza, mi stia diventando insopportabile. E’ possibile che il mio organismo necessiti di iodio in dosi massicce, che voglia sentire la presenza del mare, della sabbia, l’odore della macchia mediterranea invece che quella delle polveri sottili.
Cambiare vita, certo, si può. Mica e’ facile, pero’.
Qualcuno di voi ce l’ha fatta sul serio? E come?

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