NUOVI TABU’?

E’ diventato un tabù il caso della donna-madre che sceglie – potendo – di non lavorare?
O almeno di non lavorare più nel modo convenzionale in cui lo faceva prima di avere un figlio?
Sembra quasi che oggi, complici probabilmente le catastrofiche condizioni economiche di recessione e disoccupazione, scelte “diverse” siano considerate “eretiche”, quando non addirittura segnali di un precario equilibrio mentale che richiederebbe un tempestivo trattamento sanitario.
Chi ha un lavoro dovrebbe quindi tenerselo ad ogni costo, oggi più che mai, evitando di porsi le vere domande che scelte di questo tipo dovrebbero ragionevolmente sollevare anche nell’interlocutore.
A quale prezzo questa donna-madre potrà tenersi il lavoro? Quali saranno i reali costi economici, emotivi, umani a cui lei stessa e la sua famiglia andranno incontro? Nonostante le migliaia di parole continuamente spese sul tema della conciliazione di maternità e lavoro o, più in generale, del work life balance, mi pare che ad oggi nessuno si sia preso carico di esaminare in modo serio le origini del problema, né di proporre reali soluzioni. Le uniche cose illuminate penso di averle lette nel bellissimo libro di Giuliana Mieli “Il bambino non è un elettrodomestico” o, con altro taglio e punto di vista, nel commovente “Mamma senza paracadute” di Lidia Castellani.
Ma oggi, probabilmente, non è (più) il momento di avviare discorsi di questo genere; c’è la recessione, la disoccupazione galoppante. Altri problemi, altre priorità.

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